D'istanti condivisi. Diari dal confine

Nell'ambito della mostra "Pezzi di frontiera. Geografie e immaginario del confine"

« Le frontiere, come le medicine, sono rimedio e veleno insieme. Dunque è questione di dosaggio. »

(Régis Debray, Elogio delle frontiere, Torino, add editore, 2012)

 

 

Sabato 18 aprile
4. Frontiere di stoffa


La nostra umanità è definita anche da ciò che ci limita, costruiamo recinti e confini fin dalla preistoria per difenderci e per non confonderci con gli “altri”. Appartenere ad una comunità significa tracciare un confine per riconoscere l’interno dall’esterno, ma lo scambio sociale è indispensabile; ogni confine prevede la possibilità di comunicare con chi sta dall’altra parte, delimita delle identità, ma permette anche una certa libertà e accoglienza per svolgere una funzione di relazione vitale con l’esterno.

In questi tempi di pandemia un oggetto è divenuto simbolo di barriera e di difesa, e forse diverrà memoria di quanto accaduto: la mascherina. E’ presente nelle immagini che circolano ovunque, nelle notizie, nelle vignette e nei discorsi di ogni giorno; indispensabile al coraggioso personale degli ospedali per praticare le cure che salvano vite umane.

Oggetto abbastanza familiare, usato come protezione dalle polveri di vernice e più comunemente utilizzato nelle strutture sanitarie, che rievoca lontanamente – anche se altra cosa– le protezioni dei medici della peste del Seicento, con i guanti e i lunghi nasi delle maschere, dove si inserivano essenze per scongiurare il contagio. In un momento dove la malattia ha confini invisibili, attribuiamo un senso amplificato e quasi magico alla mascherina, divenuto strumento di difesa, sorta di testimone di un’urgenza mondiale e simbolo del virus che a tutti sta cambiando la vita. Dai sondaggi si apprende in questi giorni che un terzo della popolazione svizzera è pronto a indossarne una. Siamo tutti esposti al contagio, la mascherina che copre naso e bocca ci fa prendere le distanze dalla malattia, ma anche dalle persone: tutti potrebbero trasmettere il virus, gli altri a noi ma anche noi stessi agli altri. Le mascherine necessarie a tutti non bastano, non ne produciamo a sufficienza, una buona parte è fabbricata proprio in Cina, da dove si è diffuso il contagio. Abbiamo dovuto interrompere gli scambi commerciali e i voli, abbiamo chiuso le frontiere con questo paese, ma le dobbiamo talvolta riaprire per far giungere i cargo con milioni di mascherine chirurgiche di modelli diversi.

Attorno a queste ultime avvengono affari illeciti: truffe per fabbricarle, venderle o importarle illecitamente, furti per accaparrarsi i rifornimenti, blocchi alle frontiere, addirittura tra uno Stato e l’altro. Ci sono, però, anche artigiani volonterosi che si attivano per essere utili, confezionando vari modelli casalinghi da regalare.

Tutto è fluttuante, ci si chiude nei confini di casa, la nostra esistenza è regolata e per la paura si restringono le libertà: niente viaggi, niente spostamenti, i confini delle nazioni sono sigillati. La collettività è separata e circoscritta, gli assembramenti vietati, la vicinanza preclusa. Siamo ancora più tracciabili di quanto già non lo fossimo prima. Ci assoggettiamo al nemico invisibile, il virus si sposta comunque, non conosce le frontiere. Diviene importante cercare soluzioni comuni, far tesoro delle esperienze dei ricercatori di vari paesi e avere scambi con i medici di tutto il mondo, alla ricerca di rimedi o vaccini da sperimentare.

E mentre noi mettiamo le mascherine di marzapane anche ai conigli di cioccolata, mancano quelle per i braccianti africani costretti a raccogliere frutta e verdura, per gli homeless delle città o per i profughi negli accampamenti. A che serve una mascherina nei paesi con conflitti armati, quando mancano l’acqua e i sistemi igienici e le strutture sanitarie non sono più utilizzabili? Come trasformare questa esperienza pandemica in un miglioramento civile? Come togliere le mascherine alle iniquità?

 

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D’istanti condivisi.
Diari dal confine
4. Frontiere di stoffa


Pubblicazione online nell’ambito di:

Pezzi di frontiera. Geografie e immaginario del confine.


Esposizione temporanea dal 2020

Museo etnografico della Valle di Muggio
Casa Cantoni
6838 Cabbio
info@mevm.ch

Partner e sostegno finanziario:
Ente regionale di sviluppo Mendrisiotto – Basso Ceresio
Ernst Göhner Stiftung
Comune di Breggia
Comune di Chiasso

Direzione del progetto e curatela:
Mark Bertogliati
Graziella Corti
Sabina Delkic
Ivano Proserpi

Il MEVM rivolge un sincero ringraziamento per la preziosa collaborazione a:
Fabio Bossi
Gilberto Bossi
Paolo e Silvia Crivelli
Jan Holenstein
Jon Mathieu
Irene Petraglio
Cristian Scapozza
Sven Widmer
Mario Zanetta
P.O.T. – Programma Occupazionale Temporaneo della RVM (Associazione dei Comuni del Generoso)
Bertrand Viglino
Damiano Petraglio
Carlo Petraglio
Paolo Mauri (Himap)
Giovanni Luisoni
Stefano Spinelli
Simone Mengani
Luca Piffaretti
Gianluca Poletti (CreativeMind)
Alexandra Holenstein Dubach
Mauro Lüthy
Sebastiano Corti

Prestiti di oggetti e materiali:
Archivio di Stato, Bellinzona (Servizio audiovisivi)
Archivio truppe ticinesi (presso Archivio di Stato, Bellinzona)
m.a.x. museo Chiasso
Museo storico etnografico della Valle di Blenio, Lottigna
Museo della civiltà contadina, Stabio
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate
Ferrovia Monte Generoso
Giuseppe Haug
Danilo Marzoli
Kurt Baumgartner
Famiglia Fernando Bossi


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