D'istanti condivisi. Diari dal confine

Nell'ambito della mostra "Pezzi di frontiera. Geografie e immaginario del confine"

Chi l’ha detto che tutti i ponti uniscono? Vi sono anche attraversamenti nati per dividere,
come nel caso delle passerelle inserite lungo la rete di confine in Val della Crotta
per agevolare l’attraversamento dei corsi d’acqua da parte delle guardie e garantire il controllo anche in questi punti particolari.
Foto: Paolo Crivelli

« E infine, tutto ciò che questa nostra vita esprime - pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché, tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito… »

(Ivo Andrić, “I ponti”, in: Racconti di Bosnia, Newton Compton, Roma, 1995 [1963])

 

 

Sabato 6 giugno
11. Ponti che uniscono, ponti che dividono


Nel 1904 un giovane ingegnere civile diplomato al Politecnico di Zurigo parte per gli Stati Uniti. Pensava di trascorrervi solo un breve soggiorno di studio e apprendistato, ma vi rimase tutta la vita progettando alcuni dei più celebri ponti sospesi di New York. Capolavori di acciaio e cemento dalle interminabili campate, scintillanti iconemi nel paesaggio: le opere di Othmar Ammann sono oggi considerate tra i simboli dell’architettura del Novecento.

Othmar Ammann,
George Washington Bridge,
New York, USA


Gli svizzeri e più in generale le popolazioni alpine coltivano da secoli una particolare affinità con i ponti, riattivata in tempi recenti con la costruzione di lunghissimi e agili manufatti sospesi pedonali in stile tibetano divenuti attrazioni turistiche internazionali. Nonostante ciò, la costruzione dei ponti più arditi è sovente ammantata di un alone leggendario. È il caso del primo Ponte del Diavolo (Teufelsbrücke) che, a partire almeno dal XIII secolo permetteva di attraversare le Gole della Schöllenen sul lato urano della via del San Gottardo. Si narra che il landamano d’Uri per poterlo realizzare strinse un patto con il diavolo barattando l’anima del primo essere che l’avesse attraversato. Eretto il ponte, gli urani mandarono avanti un caprone scatenando l’ira del demonio che, vedendosi gabbato, scagliò un gigantesco masso oggi ancora visibile presso il portale nord del tunnel autostradale del Gottardo. Le leggende attorno ai ponti del diavolo sono peraltro piuttosto diffuse anche in area italiana, con alcuni riferimenti nella nostra regione. Anche l’usanza di inserire marenghi nelle fondamenta dei ponti da parte delle maestranze – raccolta da Ottavio Lurati dalla voce di un anziano muratore del Mendrisiotto e riportata nella recensione del libro di Giuseppe Mondada (Ponti della Svizzera italiana, Locarno 1981) – può essere messa in relazione con l’atavico rispetto dovuto a questi manufatti e alla complessità della loro realizzazione.

Il ponte è considerato nell’immaginario una struttura e un sentiero, un collegamento tra lati opposti di un territorio,
spesso separati da un vuoto (una valle, una cascata, una voragine, creati dalle forze soprannaturali).
La costruzione di un ponte richiede allora sacrifici e riti speciali dedicati alle divinità di un luogo,
es. durante la costruzione di ponti sospesi in Perù o in Himalaya.
Anche in Valle di Muggio e lungo i rami della Breggia i ponti – da quelli più antichi con arco in pietra
a quelli in ferro e cemento armato del XX secolo – sono numerosi e valgono senz’altro una sosta.

Ponte tra Campora e Caneggio
Foto: MEVM


I ponti segnano il tormentato paesaggio delle valli ticinesi e, oltre ad agevolare il trasporto delle merci e la mobilità delle persone, testimoniano le soluzioni tecniche adottate nelle diverse epoche storiche e il loro impatto sulla società. A lungo si era cercato di evitarne la costruzione, privilegiando i valichi e i tortuosi percorsi sui crinali e sui versanti. All’incirca dal XIII secolo, nell’epoca in cui l’antropologo americano Jack Goody colloca la grande riscoperta dei ponti in pietra, gli sviluppi nella tecnica e nell’ingegneria ridestano l’idillio per i viadotti seminando, nei secoli successivi, “ponti romani” sulle vie delle genti.

L’iconema è un elemento di origine antropica o naturale che per la sua presenza, la sua valenza simbolica e la sua visibilità
nello spazio contribuisce a caratterizzare il paesaggio. I ponti sono spesso iconemi,
inseriti nel territorio con logiche ben precise e canoni costruttivi ed estetici che rimandano a un’epoca storica ben precisa.

Ponte Castel San Pietro-Morbio Superiore, ca. 1913
Foto: D. Demarchi


La costruzione di un viadotto non è solo un’operazione tecnica, ma può avere rilevanti implicazioni anche a livello politico, economico, sociale e culturale. Sui ponti s’incontrano popoli, si stabiliscono legami, ma talvolta si percepiscono anche dazi e pedaggi e si scatenano lotte e rappresaglie. Consci della loro importanza strategica, gli ufficiali del genio militare predisponevano speciali cavità nelle pile dei manufatti per poterli minare e distruggere in caso di conflitto, per isolare i nemici. A loro volta le forze ostili distruggevano i ponti, non solo per motivi militari, ma anche per annientare i legami e l’identità delle terre invase. I ponti, come insegnano gli antropologi, da opere fatte per unire e collegare si trasformano rapidamente in elementi di confine e separazione.

In differenti spazi culturali l’arcobaleno è immaginato come un ponte e rappresenta un legame tra mondo visibile
e mondo invisibile, proprio per questo è evanescente. Una leggenda norvegese narra di un ponte-arcobaleno,
che crolla sotto il peso di giganti che vengono a distruggere la terra. I nativi Hopi immaginano
la discesa degli spiriti kachina dai regni celesti per le danze rituali proprio attraverso l’arcobaleno.

Cielo sopra l’oratorio della Madonna di Loreto, Zöch, Bruzella
Foto: MEVM


Da realizzazioni che suscitano ammirazione, i ponti possono mutare in luoghi di tragedie. Essi sono opere esigenti nell’arco del loro intero ciclo di vita. Richiedono cure e manutenzioni particolari, dalla progettazione alla loro gestione, e quando queste vengono a mancare si scatenano catastrofi. È il caso del tragico crollo del Viadotto Polcevera di Genova (ormai noto come Ponte Morandi) avvenuto nell’agosto del 2018. Le vittime furono 43 e la catastrofe, come tutti ricordiamo, suscitò forti emozioni in Italia e all’estero. A polemiche che divisero, seguì un grande progetto di ricostruzione, ampiamente condiviso e necessario per ricucire le profonde ferite. Proprio poche settimane fa è stata ultimata in tempi record la struttura del “Ponte per Genova”, il viadotto rinato dalle macerie e progettato da Renzo Piano.

Si può certo ammirare un viadotto per il suo ardire. Si può giungere a disprezzarlo quando tradisce il suo intento e la sua funzione. Ma, del resto, i ponti sono opere dell’uomo. È nella loro natura, insita anche nell’umano atteggiamento, l’essere precari, talvolta instabili, capaci del meglio come del peggio.

Continuiamo ad andare per ponti: vi scopriremo una parte di noi.

 

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D’istanti condivisi.
Diari dal confine
11. Ponti che uniscono, ponti che dividono


Pubblicazione online nell’ambito di:

Pezzi di frontiera. Geografie e immaginario del confine.


Esposizione temporanea dal 2020

Museo etnografico della Valle di Muggio
Casa Cantoni
6838 Cabbio
info@mevm.ch

Partner e sostegno finanziario:
Ente regionale di sviluppo Mendrisiotto – Basso Ceresio
Ernst Göhner Stiftung
Comune di Breggia
Comune di Chiasso

Direzione del progetto e curatela:
Mark Bertogliati
Graziella Corti
Sabina Delkic
Ivano Proserpi

Il MEVM rivolge un sincero ringraziamento per la preziosa collaborazione a:
Fabio Bossi
Gilberto Bossi
Paolo e Silvia Crivelli
Jan Holenstein
Jon Mathieu
Irene Petraglio
Cristian Scapozza
Sven Widmer
Mario Zanetta
P.O.T. – Programma Occupazionale Temporaneo della RVM (Associazione dei Comuni del Generoso)
Bertrand Viglino
Damiano Petraglio
Carlo Petraglio
Paolo Mauri (Himap)
Giovanni Luisoni
Stefano Spinelli
Simone Mengani
Luca Piffaretti
Gianluca Poletti (CreativeMind)
Alexandra Holenstein Dubach
Mauro Lüthy
Sebastiano Corti
Martino Pedrozzi
Daniela De Haller-Chiesa

Prestiti di oggetti e materiali:
Archivio di Stato, Bellinzona (Servizio audiovisivi)
Archivio truppe ticinesi (presso Archivio di Stato, Bellinzona)
m.a.x. museo Chiasso
Museo storico etnografico della Valle di Blenio, Lottigna
Museo della civiltà contadina, Stabio
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate
Ferrovia Monte Generoso
Giuseppe Haug
Danilo Marzoli
Kurt Baumgartner
Famiglia Fernando Bossi

 

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